È di pochi giorni fa un rapporto sulla legalità delle installazioni di software in Europa messo a punto da IDC per conto della Business Software Alliance (BSA) e riportato in copia (quasi) conforme dall'inserto Affari&Finanza di La Repubblica [1]. Essendo uno studio di parte, è ragionevole ritenere che BSA lo usi per dare sostegno alle proprie tesi; in effetti, nessuno si aspetterebbe il contrario. Ciò che lascia di stucco, invece, è la sensazione di sentirsi presi in giro. Si, presi in giro.
Vediamo di capire cosa accade e immaginiamo di vivere in un mondo ideale, un mondo in cui tutti vengono in possesso di software in maniera legale; ad esempio comprandolo, oppure usando software libero. In questo ipotetico mondo, le licenze d'uso dei programmi proprietari, quindi, verrebbero legalmente acquistate dai cittadini, che evidentemente non dovrebbero avere alcun problema a reperire i soldi per farlo. Nessuna persona si troverebbe a dover scegliere tra pagare le tasse o acquistare l'aggiornamento di una famosa suite di programmi da ufficio.
Se il nostro mondo fosse questo, lo studio di BSA direbbe la verità, avrebbe centrato in pieno la questione, mettendo sotto il naso di tutti una realtà scottante, ma a dire il vero, in un mondo del genere, BSA non avrebbe ragione di esistere, poiché nessuno avrebbe la necessità di utilizzare software illegalmente ed anche in questo caso occorrerebbe dubitare di questo studio. Purtroppo, dobbiamo cascare dalle nuvole e renderci conto che alcuni di noi arrivano a fine mese con fatica, altri con meno, ma senza potersi permettere lussi. Con ciò non si vuole fornire un alibi a chi detiene software in maniera illegale, ma solo far capire che, con tutta probabilità, se una persona non potesse venire in possesso illegalmente di un programma, non lo comprerebbe, poiché non avrebbe il denaro per farlo. Ne farebbe a meno, oppure si cercherebbe un'alternativa, magari libera e facilmente accessibile.
Alla luce di queste riflessioni, la presa in giro dovrebbe essere chiara. Lo studio a livello mondiale di BSA afferma che le aziende del settore hanno perso nel 2003, a causa del commercio illegale di software, ben 29 miliardi di dollari. Tuttavia, questi mancati introiti sono calcolati in maniera del tutto fallace, poiché si è ritenuto che il software detenuto illegalmente corrispondesse effettivamente ad una perdita per i produttori. Pochi righi fa ci siamo resi conto di come ciò non sia vero e come noi, anche altre persone lo hanno fatto. Ad esempio John Gantz, un dirigente di IDC, ha affermato in un articolo del New York Times che, approssimativamente, su 10 copie illegali di un determinato software, soltanto una rappresenterebbe effettivamente una perdita in termini di fatturato [2].
Una copia su 10, ciò vuol dire che nel 2003 le case produttrici di software proprietario hanno perso a causa del commercio illegale di software approssimativamente 3 miliardi di dollari. Sempre una grossa cifra, ma molto più piccola, di un fattore 10, rispetto a quella che spaccia BSA. È curioso notare che esistono fenomeni naturali che cambierebbero radicalmente se le forze in gioco fossero 10 volte più piccole o più grandi, ma, evidentemente, questo non è il caso delle stime econometriche, quantomeno secondo BSA.
Proseguiamo in questa fiera dei numeri e consideriamo le parole di Beth Scott, vice presidente di BSA EMEA, riportate dal comunicato stampa di BSA: «Questo dato (NdT: quello relativo alle "perdite" in Europa) conferma come la regione non stia riuscendo a capitalizzare i vantaggi che anche una riduzione del 10% nella pirateria software potrebbe apportare entro il 2006 - compresi 250.000 nuovi posti di lavoro e oltre 18 miliardi di dollari in entrate fiscali». Visto che la cosa sembra essere di moda, immaginiamo nuovamente di vivere in un mondo ideale e prendiamo per buono il dato di BSA circa le "perdite" causate in Europa dal mercato illegale di software, 8 miliardi di euro.
Proviamo a fare due conti, anch'essi ideali ed un po' grossolani, ma utili per farci avere un'idea più concreta della situazione. Se in Europa il commercio illegale di software diminuisse del 10%, un decimo di quegli ideali 8 miliardi di euro andrebbero alle case produttrici di software proprietario. Vogliamo essere buoni, perciò immaginiamo che questa percentuale rimanga tutta in Europa e che sia disponibile un miliardo di euro tondo, in modo da considerare anche il ritorno derivante dall'indotto economico creato da questa entrata, anche se solo in parte. Grazie a questo miliardo di euro, secondo Scott, 250.000 persone avrebbero un lavoro; prendiamo di nuovo la nostra calcolatrice:
1.000.000.000 ÷ 250.000 = 4000
Così, a conti (ideali e grossolani) fatti, ognuno di questi 250.000 nuovi lavoratori avrebbe come stipendio ben 4000 € per campare in un tempo indefinito, per pagare la luce, il telefono, per fare la spesa. Avevamo detto di immaginare di essere in un mondo ideale, non in quello dei sogni!
I dubbi, però, non finiscono qui. Oltre elencare dati e ad interpretarli in maniera creativa, lo studio di BSA proprone una soluzione che consiste in un piano da sviluppare attorno a 5 punti:
È singolare notare che BSA voglia infondere nella popolazione rispetto e fiducia; saranno forse lo stesso rispetto e la stessa fiducia che i suoi soci hanno nei confronti degli utenti? Magari quella stessa fiducia e quello stesso rispetto che spinge BSA ed i suoi soci a fare pressioni sugli stati dell'Unione Europea per vedere approvate le leggi sul Digital Rights Management (DRM), che consentirebbero loro una maggiore sicurezza negli introiti delle vendite, con il trascurabile (magari per un fattore 10) effetto collaterale di privare gli utenti dei propri diritti.
Sembra bislacco anche parlare di crescita e innovazione. Quale crescita, quale innovazione può esserci se vengono richieste (ed, in alcuni casi, ottenute) leggi che di fatto imbavagliano la ricerca scientifica e tecnologica? Si pensi ad esempio al caso DMCA/Sklyarov [3] o come anche all'European Union Copyright Directive (EUCD)[4]. Quello dell'EUCD è un caso molto particolare, infatti, nel febbraio del 2002 la commissione che si occupava di tale direttiva pubblicò un documento finale da proporre al Parlamento Europeo. Si trattava di un documento Word, tra le cui proprietà si è trovato addirittura il nome di Francisco Mingorance, un dirigente di BSA. A pensar male si fa peccato, ma spesso s'indovina.
Verrebbe da chiedersi il perché di questo studio, di questi numeri, il perché dei modi e dei tempi della questione. Sempre sul New York Times, è possibile leggere che, secondo quanto sostenuto da alcuni gruppi politici, lo studio di BSA non sarebbe altro che un sistema per supportare l'approvazione di una legge in discussione nel parlamento degli Stati Uniti, nota come Induce Act [5], che consentirebbe di perseguire penalmente chiunque induca, consigli o favorisca una violazione del diritto d'autore. Tale legge ha anche una sua analoga in Europa nella Intellectual Property Rights Enforcement Directive (IPRED. A dire il vero, la IPRED abbraccia un più ampio numero di campi, già coperti dalla legislazione statunitense) [6]. La IPRED si propone di armonizzare le legislazioni nazionali e di combattere la "pirateria" sulla base di cifre, analisi e previsioni di mercato pubblicate da BSA e altri distributori di contenuti, che dipingevano un roseo futuro (posti di lavoro, ritorni fiscali) qualora si fosse vinta questa battaglia. La direttiva europea equipara, pertanto, l'illecito non intenzionale, non per fini di lucro, alla contraffazione su larga scala, fino ad arrivare a rendere possibili sequestri, blocchi di beni mobili ed immobili solo sulla base di sospetti. È stupefacente anche notare come questa norma abbia bruciato le tappe del dibattito parlamentare, essendo stata inserita in un iter burocratico accelerato, solitamente riservato a norme di natura meramente applicativa per le quali si può evitare il normale iter di confronto con i cittadini, le forze politiche e gli organi democratici.
Alla fine, si capisce che, più di tutto, lo studio di BSA non è altro che un proclama politico (nel senso deteriore del termine), infatti parla di nuovi posti di lavoro e di tasse. Tuttavia, lo fa in maniera sleale, poiché cerca di far passare per interesse pubblico l'interesse dei propri soci. Cerca di far credere che l'uso legale di software proprietario sia una delle chiavi di volta per la crescita economica di un paese, portando a sostegno delle proprie tesi cifre gonfiate e campate in aria. Cerca di far pensare, quantomeno nel caso italiano, che l'uso legale di software proprietario sia un bene per i produttori locali, mentre è evidente che a beneficiarne sarebbero principalmente le multinazionali straniere, che in definitiva non aumenterebbero la ricchezza del paese.
Attenzione BSA, a chi dice le bugie cresce il naso.
Copyright (C) 2004 Domenico Delle Side
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Ultimo aggiornamento: $Date: 2004/08/06 12:36:02 $