Questo messaggio è stato spedito al giornale «La Stampa» in relazione ad un loro articolo pubblicato il 24 Settembre 2001. Ovviamente non è stata pubblicata.


Gentile signor Oreste del Buono,
sono un programmatore professionista e sono rimasto sconcertato dall'articolo «4 programmi su 10 sono copiati illegalmente» (26 Settembre, pagina 24). Il pezzo, su informazioni del «settore antipirateria» di Microsoft, denuncia un danno per le aziende di 900 miliardi e una perdita di 37 mila posti di lavoro.

La domanda che ogni giornalista dovrebbe porsi nell'usare dati forniti direttamente da un'azienda con specifici interessi nel settore è: quali aziende hanno "perso" 900 miliardi? E chi avrebbe assunto 37 mila persone, cioè una ogni 24 milioni di lire? Mi permetta di dubitare che ogni 30 copie di Microsoft Office venga assunto un commesso nei negozi di informatica o un programmatore presso Microsoft. Questi soldi sarebbero serviti piuttosto ad aumentare il potere politico-economico già enorme delle aziende vittime di codesta "pirateria", come amano chiamarla.

Credo sarebbe molto più corretto dire che se tutte le copie dei programmi in uso fossero stati comprati legalmente, le aziende italiane avrebbero avuto 900 miliardi in meno da investire nella propria attività e nel proprio personale. Il problema non è quindi il danno per il settore informatico quanto il peso economico eccessivo di tale settore nell'attività produttiva.

Non bisogna certamente incentivare la copia illecita ma non è nemmeno corretto incentivare la sudditanza nei confronti dei grandi distributori di software. Quello che realmente serve al paese è incentivare la copia lecita dei programmi, installando programmi liberi come GNU/Linux e investendo in personale locale che aiuti nella transizione, nella formazione e nell'amministrazione di sistema. I posti di lavoro si creano assumendo personale e pagando i tecnici esterni, non comprando ogni due anni lo stesso programma.

E non mi si dica che i programmi liberamente copiabili non garantiscono il reddito del programmatore. Personalmente mi avvalgo della legge sul diritto d'autore per permettere ed incentivare la copia illimitata di tutto il software che produco, e non sono il solo. I programmatori, come tutti gli altri operatori del terziario, possono vivere benissimo vendendo le proprie competenze, senza bisogno di riscuotere balzelli su ogni copia di un lavoro che è già stato realizzato e la cui riproduzione non costa fisicamente niente. Alessandro Rubini Pavia


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Ultimo aggiornamento: $Date: 2001/10/11 11:03:01 $